Ricette Laziali


Questa categoria raccoglie tutte le ricette laziali proposte nel blog di ricette della Nucci. Una selezione di ricette tipiche del Lazio riportate fedelmente secondo la tradizione culinaria della regione. Per ogni ricetta vengono indicati storia del piatto o aneddoti personali legati ad essa, ingredienti richiesti e tecnica di preparazione. Per ogni ricetta viene consigliato un vino che può essere corregionale al piatto oppure di diversa regione ma aromaticamente affine.

Penne all’arrabbiata

Penne all’arrabbiata, condite con pomodoro fresco, olio, peperoncino, prosciutto cotto a dadini e basilico.

Clienti ed amici a volte mi chiedono perchè nei menu che scelgo per l’hotel non privilegio la cucina internazionale, oppure piatti dai nomi altisonanti, dalle premesse roboanti e dalla presentazione abbagliante. La mia cucina al contrario si rifa principalmente ad una cucina semplice, fatta di elementi poveri e di ricette popolari: in una parola una cucina regionale tradizionale senza troppi ghirigori o barocchismi. A chi mi rivolge questa domanda ogni volta cerco di spiegare che in effetti è molto accattivante avere in menu proposte gastronomiche dai nomi esotici e di sicuro effetto piuttosto che nomi usuali e desueti come per esempio “penne all’arrabbiata”. Il fatto è che questi piatti dai nomi quotidiani e dalla semplice composizione sono a parer mio i migliori: sia come valori nutrizionali, sia come sapore, sia come appagamento di occhi e palato. Ho lavorato con molti chef e ho avuto l’onore di lavorare con alcuni tra i più grandi, sia sul lavoro che in corsi di aggiornamento, e non ho mai sentito nessuno di loro rinnegare la cucina popolare italiana, anzi proprio da quel contesto provengono tutte le risorse e tutta l’arte che essi infondono nella loro cucina. Ho fatto questa pomposa introduzione perchè è mia intenzione fissare i capisaldi della mia cucina nel presentare la ricetta di oggi, che è appunto uno di questi punti fermi. Un piatto di penne all’arrabbiata se ben cucinato con ingredienti genuini e freschi, rappresenta a mio parere una vetta di inarrivabile semplicità e perfezione con buona pace di tutti i francesismi. Questa ricetta vide la luce grazie alla genialità di un cuoco romano, Giovanni Cotellesi, che nei primi anni ‘30 iniziò a cucinarla nel ristorante romano “Alfredo alla Chiesa Nuova” (adesso credo si chiami da Mario), il locale preferito tra gli altri dal poeta Trilussa. La ricetta tradizionale romana era composta da spaghetti, le penne subentrarono nel dopoguerra e furono gradualmente preferite per la loro migliore capacità di assorbire il sugo. Vediamo ora nel dettaglio come preparare una buona “arrabbiata”.

INGREDIENTI: 400 gr di penne, 200 gr. di prosciutto cotto tagliato a dadini, 500 gr. di pomodori pelati San Marzano, un peperoncino intero (se possibile la varietà calabrese), qualche fogliolina di basilico, due spicchi d’aglio, olio extravergine d’oliva, 100 gr. di parmigiano reggiano grattugiato, 100 gr. di pecorino romano stagionato grattugiato

PREPARAZIONE: In una padella versiamo un fiato d’olio e mettiamo a soffriggere il peperoncino e l’aglio tagliati a pezzi grossolani e irregolari, dopo qualche minuto quando l’aglio si è indorato, aggiungere i dadini di prosciutto cotto. In un recipiente a parte schiacciamo i pelati con una forchetta, quindi li passiamo fino a raggiungere una salsa omogenea e senza grumi che aggiusteremo di sale. Quindi aggiungere il basilico a pezzi grossolani e versare il tutto nella padella con il soffritto, cuocere per almeno un quarto d’ora a fuoco molto basso. Intanto in acqua salata cuoceremo e scoleremo ben al dente le nostre penne, quindi le verseremo in una capace terrina sopra un letto di parmigiano e pecorino grattugiati. Infine uniremo anche la salsa di pomodoro ed eventualmente, secondo i gusti, come atto finale potremo aggiungere ulteriore peperoncino macinato e qualche fogliolina di basilico. Servire bollente.

Per questo semplice ma perfetto piatto consiglio un Cesanese di Olevano Romano, un vino conterraneo di questa ricetta, affine non solo geograficamente ma anche nel gusto, con un retrogusto amarognolo che completa e sublima l’arrabbiata arrotondandone le sfumature zuccherine.

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Zuppa di fagioli

zuppa di fagioli con finocchio selvatico, pomodoro passato, olio extravergine d’oliva della Tuscia e peperoncino

Un piatto che ben si presta a queste giornate fredde è senza dubbio la zuppa di fagioli alla viterbese, con il finocchietto selvatico per intenderci. E’ una ricetta molto nutriente, totalmente priva di carne, per cui adatta anche ai vegetariani, gustosissima e popolare un po’ dappertutto. Direi che dopo il Lazio è infatti famosa in due regioni: la Puglia dove viene cucinata con la variante dello zafferano al posto del finocchietto, e la mia Romagna dove è l’inossidabile compagno di tavola della piadina, servita con cotenne e salsicce di maiale, e nelle occasioni speciali, anche con il cotechino. In questo articolo preferisco però soffermarmi sulla versione laziale, precisamente della zona di Viterbo, dove è anche detta “fagioli in Greppa”, che significa fagioli sul monticello, riferendosi alla piccola sommità creata con le fette di pane su cui si adagiano i fagioli e la zuppa. I fagioli in greppa si possono gustare in pressochè tutte le trattorie e ristoranti della zona, indicati soprattutto dopo una mattinata in cui si sono spese tante energie, magari per un’uscita nei boschi a caccia di funghi e castagne, oppure dopo una lunga camminata su e giù per il basso Appennino.

INGREDIENTI: 250 gr di fagioli dall’occhio secchi, un mazzettino di finocchio selvatico fresco, peperoncino, olio extravergine d’oliva, pane del tipo toscano, 500 gr. di pomodori pelati, sale, due o tre spicchi d’aglio, brodo di carne di manzo

PREPARAZIONE: Il fulcro di questa ricetta come penso abbiate capito risiede nel finocchio selvatico. Esso è l’elemento che insaporisce la nostra zuppa e le conferisce il caratteristico sapore dei fagioli alla viterbese. E’ quindi essenziale che sia fresco e di primissima scelta, per sincerarvene è sufficiente che dall’ortolano accostiate il naso a questo ortaggio. Un profumo intenso vicino a quello dell’anice dovrebbe avvolgervi come un soffice mantello, inoltre deve presentarsi sodo e tosto al tatto e le foglie devono essere ancora ricolte verso l’alto. Una volta che avete scelto con cura il finocchietto lo laverete in abbondante acqua fresca e sceglierete solo le foglioline più morbide, quelle cioè che non si accartocciano. Le taglierete a listelli e le sbollenterete in acqua calda leggermente salata per non più di 3 o 4 minuti. Scolate le listarelle di finocchio le andrete a soffriggere in una padella con dell’olio ben caldo e una base di tritato di aglio ben imbiondito. Aggiungerete dopo qualche minuti anche tutti i pomodori pelati che avrete passato regolando con sale e peperoncino a piacere. Lasciate a cuocere il tutto per almeno 10 minuti. Parallelamente a questa operazione metterete a bollire i fagioli in poca acqua salata e lascerete cuocere a fuoco moderato per dar modo all’acqua di evaporare. Una volta che avrete pronto il sugo lo verserete nella pentola dei fagioli e lascerete cuocere fino a che non si sarà ottenuto una zuppa cremosa, aggiungendo se necessario qualche mestolo di brodo di carne per dar modo ai fagioli di cuocere più a lungo e di intenerirsi maggiormente (attenzione però a non cuocere troppo i fagioli, perchè il rischio è quello di ritrovarvi con i legumi completamente disfatti, il mio consiglio perciò è quello di saggiarne la consistenza regolarmente con una forchetta). Nel frattempo tagliare a fette il filone di pane Toscano e abbrustolirle leggermente su una piastra. Una volta terminato il processo di cottura servire i fagioli in ogni piatto sopra il pane abbrustolito e aggiungere un filo d’olio extravergine, possibilmente della qualità Tuscia, l’eccellente olio di Viterbo che può competere con i più grandi olii toscani.

Per questo piatto di Viterbo suggerisco ovviamente di rimanere nello stesso ambito geografico per l’accostamento del vino: è quasi d’obbligo quindi nominare il rosso dei Colli Etruschi Viterbesi, un vino di eccezionale versatilità che troverete ideale compagno di questo piatto così tipicamente autunnale.

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Saltimbocca alla romana

Saltimbocca alla romana conditi con prosciutto crudo, salvia, farina e vino bianco secco

Roma è un città straordinaria e non la scopro certo io. Io sono una fanatica del turismo romano e appena posso ci vado per scoprire ogni volta qualcosa di nuovo, qualcosa di meraviglioso. Ci sono chiese che ospitano dipinti di Caravaggio o Tiziano o viottoli in cui scopri sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che ti era sfuggito. E poi a Roma si mangia bene. Anche questo è uno dei motivi perchè adoro visitare la capitale: esistono migliaia di ristorantini e osterie da Trastevere fino al Palazzo dell’Eur dove puoi gustarti specialità romane come la Coda alla Vaccinara, l’Abbacchio o i Saltimbocca. La ricetta che presento oggi è appunto quella dei Saltimbocca alla romana, un piatto che ha fatto la storia della tradizione culinaria di Roma, ed è in assoluto uno dei più conosciuti della cucina italiana. E’ una ricetta di elementare esecuzione e richiede ingredienti di facile reperibilità, presenta insomma tutte le caratteristiche del “grande classico” intramontabile. Vediamo ora nel dettaglio come si preparano i saltimbocca.

INGREDIENTI: Otto filetti di fesa di vitello, un etto di prosciutto crudo non molto salato, otto foglie di salvia, una manciata di farina del tipo 0, un bicchiere di vino bianco secco (personalmente per cucinare questa ricetta ho sempre utilizzato l’Orvieto), 50 gr. di burro, sale e pepe

PREPARAZIONE: Per la buona riuscita di questa ricetta è essenziale procurarsi dal macellaio dei tagli di prima qualità di fesa di vitello, che siano soprattutto magri e un poco spessi. Il segreto infatti consiste nel battere la carne da noi, mettendola subito dopo in cottura. Questo perchè appena battuta la carne si intenerisce e conserva questa morbidità anche in fase di cottura. Quindi disponiamo le nostre fese una ad una sopra una battilarda di legno e con un batticarne di metallo procediamo a battere le fettine fino a renderle spesse mezzo centimetro o poco più. Man mano che battiamo la carne la saliamo e la pepiamo da ambo i lati. Successivamente passiamo le fettine in un recipiente con la farina e le infariniamo con cura, quindi adagiamo sopra ognuna di esse una fetta di prosciutto crudo e una foglia di salvia, fissando il tutto alla carne con uno stuzzicadenti in senso orizzontale. Quindi sciogliamo in una padella la noce di burro e immergiamo in esso le fettine cuocendole da entrambi i lati: fate attenzione quando le cuocete dalla parte del prosciutto perchè quest’ultimo tende a bruciarsi e ad avvizzire rapidamente, quindi dal lato del prosciutto cuocerle di meno. Verso la fine della cottura andremo ad aggiungere il vino che faremo evaporare in modo da ottenere un sughetto abbastanza ristretto. Infine preleviamo con una ramaiola le nostre carni e le condiamo con il sugo di cottura. Serviamo il tutto ben caldo con un contorno di champignons trifolati oppure, volendo rimanere sul contorno freddo, accompagnando con un insalata riccia con scaglie di grana e chicchi di melagrana.

Abbinare un vino ai saltimbocca è presto detto: l’ultima volta che ho mangiato questa pietanza al ristorante ci siamo fatti consigliare dal Sommelier del locale che ci ha servito un rosso Rasa di Marmorata, vino romano imperniato sul vitigno del Montepulciano. Una scelta più che degna direi, con un ottimo rapporto qualità prezzo.

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Coniglio in porchetta

coniglio in porchetta alla laziale con ripeno di interiora, aglio, patate e finocchio selvatico

Il coniglio è un tipo di carne che amo cucinare, permette infatti al cuoco una varietà di ricette e un estro nel metterle in pratica come poche carni. A mio parere il pregio maggiore della carne di coniglio sta nella sua perfetta sintonia con i condimenti di cottura e nel suo ottimo grado di cottura che può raggiungere. Una mano esperta riesce infatti a cucinare a puntino un coniglio cuocendolo con una croccantezza della polpa e una fragranza della carne, cosa molte volte non possibile con altri tipi di carne a causa della consistenza delle fibre e della qualità stessa della carne. Inoltre il coniglio è molto in voga qui in Romagna e viene allevato un po’ dappertutto con alimenti genuini e freschi, rendendo pertanto sicura ed affidabile l’origine della carne. Questa ricetta che presento oggi appartiene però alla cucina laziale, e in particolar modo alla zona di Viterbo e Rieti, dove la terminologia “in porchetta” viene usata per qualsiasi carne (quindi non solo il maiale) per indicare la presenza di una ricetta a base di finocchio selvatico, in particolare si fa riferimento all’impiego del fiore del finocchio selvatico, che viene essiccato e ampiamente adoperato in molte squisite pietanze viterbesi e reatine.

INGREDIENTI: (per 6 persone) - un coniglio nostrano già pulito e spellato da circa 2 kg, cinque spicchi d’aglio, fiori di finocchio selvatico, peperoncino, tre patate dolci, un mazzetto di finocchio selvatico fresco, olio extravergine d’oliva, strutto, rosmarino, fave fresche (come contorno), teste di cavolfiori piccoli (come guarnizione), sale e pepe

PREPARAZIONE: Per prima cosa assicurarsi che il coniglio è perfettamente mondato da ogni impurita superficiale e per fare questo lavarlo abbondantemente sotto acqua fresca sfregando vigorosamente la pelle. Una volta ben lavato lo sventreremo con cura e raccoglieremo tutte le interiora dell’animale in un recipiente a parte. Quindi asciugare il coniglio con carta assorbente oppure uno straccio che non lasci pelucchi. Successivamente in una padella faremo soffriggere tre spicchi d’aglio interi e il peperoncino, attenderemo la doratura dell’aglio ed andremo quindi ad aggiungere le interiori del coniglio (intestino, milza, cuore e fegato), le patate tagliate a dadini e un pizzico di fiore di finocchio essiccato. Lasceremo cuocere a fuoco basso e con il coperchio per un buon quarto d’ora. Una volta ben cotto il nostro ripieno lo leveremo dal fuoco e lo sistemeremo all’interno del coniglio avendo cura di posizionarvi gli steli del finocchio selvatico fresco e due spicchi d’aglio interi, saleremo e peperemo il tutto secondo i nostri gusti e poi richiuderemo il coniglio cucendo il foro di sventratura con dello spago da cucina. Arrivati a questo punto siamo quasi pronti per infornare il nostro coniglio, e per fare questo lo disporremo su una teglia da forno non prima però di averlo ben emulsionato esternamente con l’olio d’oliva, lo strutto, il sale e il pepe e i rametti di rosmarino che lasceremo in ordine sparso sulla pelle. Cuocere a 230 gradi per non meno di mezz’ora avendo cura di girarlo durante la fase di cottura. Il coniglio deve assumere un bel colore ambrato prima di essere prelevato dal forno. Servire poi caldo su un letto di fave lessate e cucinate in umido. Opzionalmente guarnire con alcune teste di piccoli cavolfiori disposte sul coniglio. Per una maggiore riuscita estetica consiglio di tagliare il coniglio dopo averlo servito intero sulla tavola, sporzionandolo al momento ai nostri commensali.

Un vino rosso di alto lignaggio è quello che può accompagnare degnamente questa ricetta: per questo mi sento di raccomandare un nobile rosso di Montepulciano quale ideale compagno del coniglio in porchetta alla viterbese.

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Pasta e Fagioli con le vongole

pasta fagioli e vongole

Nel panorama delle innumerevoli pasta e fagioli spicca per originalità e creatività questa preparazione tradizionale della cucina romana, un piatto che non sfigurerebbe di certo in occasione di una cena elegante, o come piacevole diversivo gastronomico. Dietro questo piatto c’è una solida tradizione popolare in cui alimenti “poveri” come i fagioli e le vongole vengono nobilitate dall’estro dello chef e dalla sana passione di sperimentazione culinaria che tanto grande ha fatto e fa la cucina italiana.

Ma passiamo alla preparazione di questo gustoso piatto.

INGREDIENTI: 200 gr di fagioli secchi della qualità detta “cannellino”, un chilo di vongole ben spurgate dalla sabbia, 200 gr. di pasta corta (i maltagliati sono perfetti - si tratta di un tipo di tagliatella corta all’uovo in uso qui in Romagna - , oppure anche penne o bucanotti, sconsiglio gobbetti o lumachine), 3 spicchi di aglio, una foglia d’alloro e 2 cucchiai di olio.

PREPARAZIONE: Tenere i fagioli in ammollo per almeno dodici ore per cuocerli in pentola con uno spicchio d’aglio e una foglia d’alloro. Nel frattempo soffriggere in un capiente padella gli altri 2 spicchi d’aglio con un po’ di pepe, avendo cura di non abbrustolirlo, ma solamente di imbiondirlo leggermente, quindi aggiungere le vongole e tenerle a fuoco medio fino a che non si sono aperte. Quindi prelevarle e sgusciarle, tenendone qualcuna solamente per decorare il piatto alla fine. A questo punto i fagioli dovrebbero essere cotti, spegnere e lasciarli a riposo per circa 15 minuti.

Fate decantare ben bene il sughino delle vongole, quindi versarlo nella pentola dei fagioli prestando la massima attenzione alla sabbia che dovesse essere rimasta come fondo sulla pentola (eventualmente usare un passino o colino). Aggiungere quindi le vongole sgusciate e riaccendere la fiamma per portare a lieve ebollizione il tutto. Quindi aggiungere i maltagliati senza aggiungere il sale, poichè dovrebbe essere sufficiente il grado di sapidità del brodino di vongole, comunque assaggiare la pasta per sincerarsi ed eventualmente aggiustare con un pizzico di sale.

Quando la pasta è cotta (mi raccomando servirla ben al dente!) servire nei piatti aggiungendo un filo d’olio extravergine d’oliva (meglio se toscano o pugliese) e decorando con le vongole lasciate nel guscio.

Per questo piatto consiglio in abbinamento un vino bianco molto secco: un pinot nero, un orvieto o un riesling.

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